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Impressionisti:forse il loro segreto era solo un difetto della vista

27 Aprile 2011
Prima di loro la pittura era una questione di dettagli. Il bravo artista ritraeva una scena nel suo preciso realismo, fino al più piccolo particolare. Poi è arrivata la "rivoluzione dello sguardo" degli impressionisti, che ha scardinato le regole dell’arte figurativa inondando i quadri di luce. Pennellate rapide, brevi che si rincorrono sulla tela, macchie di colore a suggerire i paesaggi, tutto che appare un po’ sfocato. E forse è proprio questa la parola giusta per definire gli impressionisti, stando alle conclusioni del neurologo australiano Noel Dan che qualche tempo fa, sulle pagine del Journal of Clinical Neuroscience, ha sentenziato: Monet, Renoir, Degas e gli altri dipingevano così semplicemente perché erano miopi. Anche i critici d’arte dell’800 dicevano che gli impressionisti avevano problemi di vista, ma per denigrarli. Noel Dan, invece, ha tratto le sue conclusioni da un’attenta analisi delle opere. Stando al neurologo, tutte le considerazioni filosofiche sugli sforzi degli impressionisti di rappresentare la realtà per come viene percepita, cercando la sintesi che trascura il dettaglio per cogliere "l’impressione" delle cose e quindi la loro più vera sostanza, sono spazzate via da un dato di fatto: se avessero portato gli occhiali, Claude Monet e gli altri non avrebbero dipinto in quel modo e la storia dell’arte avrebbe forse preso un’altra piega. Affermazioni, queste, che hanno fatto saltare dalla sedia più di un esperto d’arte: John House, eminente critico del Courtald Institute of Art di Londra , ha bollato come spazzatura queste interpretazioni, osservando che gli impressionisti sapevano bene come e perché dipingevano in maniera così diversa dagli altri pittori di allora. Fatto sta che anche all’Università di Calgary un gruppo di ricercatori ha raccolto "prove" che sembrano testimoniare l’effettiva presenza di disturbi visivi in alcuni pittori impressionisti. Prendiamo il più famoso di tutti, Claude Monet, e il dipinto che nel 1874 contribuì a "battezzare" l’impressionismo: Impressions: soleil levant , che fu esposto alla prima mostra collettiva dei nuovi artisti e spinse il critico Louis Leroy a coniare il termine impressionisti (nelle sue intenzioni, dispregiativo) per indicare questo rivoluzionario modo di dipingere. Osservando il quadro, le idee del neurologo australiano non sembrano tanto bislacche: contorni imprecisi, colori che sfumano uno nell’altro, linee leggere, oggetti che diventano ombre. I quadri di Monet sono poi cambiati anche a seguito di un altro problema visivo che per certo colpì l’artista negli ultimi anni di vita, la cataratta. Per accorgersene basta osservare un paio di versioni di Le pont japonais, uno dei soggetti più amati da Monet che negli anni ha ritratto innumerevoli volte questo scorcio di giardino a Giverny, in Normandia. Le prime tele hanno il tratto tipico (da miope?) del pittore, i quadri dipinti intorno al 1920 sono tutt’altro: il ponte non si riconosce più, i colori sono diventati scuri, i rossi predominano. Secondo i critici d’arte, tutto questo è espressione di una "virata astratta" di Monet; Dan ribatte che proprio il rosso è il colore percepito meglio dai miopi e la cataratta modifica la capacità di vedere i colori, oltre che i contorni delle cose. Matteo Piovella, presidente della Società Oftalmologica Italiana, concorda con il neurologo: «Non è certo, ma è probabile che una percezione diversa della realtà dovuta a difetti visivi abbia influenzato l’arte degli impressionisti. Nelle fasi iniziali della cataratta, ad esempio, la vista non è ancora compromessa ma già cambia la percezione dei colori. È come se si portassero costantemente gli occhiali da sole: il bianco è meno nitido, il contrasto si attenua. Così è assai verosimile che Monet abbia messo su tela la sua visione "alterata" del mondo. Del resto, nell’800 portare gli occhiali era considerata una menomazione fisica e si sa che Cezanne e Renoir non li vollero mai usare: Cezanne li riteneva irrimediabilmente volgari. Per di più la correzione dei difetti visivi possibile allora era ben altra cosa da quella attuale, così non si può certo dire che chi portava gli occhiali vedesse bene. E non è da escludere che l’aver affermato un nuovo metodo di pittura sia stata per molti impressionisti una specie di rivalsa sul proprio difetto visivo». Tutti i ricercatori che si sono spinti a ipotizzare un’influenza preponderante dei difetti visivi sulle opere di alcuni artisti, comunque, non escludono che certe modalità espressive siano solo il frutto di una scelta artistico-filosofica dell’autore, a prescindere dalle diottrie. Anche perché altrimenti per spiegare le opere di alcuni artisti contemporanei bisognerebbe invocare una (almeno momentanea) cecità.   Fonte: Corriere.it   E' l'originale tesi di un neurologo australiano secondo il quale Monet, Degas e Renoir sarebbero stati «ispirati» dalla miopia  
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